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Plop n.11 1975

 

 

C’era una volta il fumetto americano, tutto supereroi e moralismo. Poi arrivò Plop! e da lì in poi, nulla è stato più al sicuro.

Pubblicata dalla DC Comics tra il 1973 e il 1976 per un total di 24 numeri, Plop! è l’incarnazione più sbilenca, disturbante e geniale della satira visiva underground, infilatasi come un cavallo di Tro- ia nel corpo ormai rigido dell’industria fumettistica mainstream.

Il progetto della rivista fu concepito da diverse figure chiave alla DC Comics come Steve Skeates, Joe Orlando, Carmine Infantino e Sergio Aragonés per essere the new magazine of weird humor — ma Plop! non faceva ridere, almeno non nel modo rassicurante del termine. Faceva sghignazzare, tremare, storcere la bocca. Un umorismo visivo che era un rigetto del buon gusto, una celebrazione dell’orrido e del nonsense. Una versione più pop e più paranoide delle riviste EC degli anni Cinquanta, ma con il motore drogato della cultura post-Woodstock.

Con copertine illustrate spesso da Basil Wolverton – da molti considerato il “Michelangelo del grottesco” – Plop! era un urlo scagliato contro l’omologazione visiva. I personaggi erano deformi, le trame assurde, i finali spesso senza senso. Una vera e propria anti-narrazione che ricorda l’estetica dei collage dadaisti, l’umorismo assurdo di Ionesco o l’anarchia visiva dei Monty Python. Dentro però c’era anche la lezione dell’immancabile Mad Magazine e l’eredità corrosiva di Crumb e Zap Comix.

Nel cuore degli anni Settanta, mentre le strade di New York bruciavano tra eroina e post-Vietnam, Plop! rispondeva al collasso sociale con la sola arma possibile: l’eccesso grottesco. Era la risposta disfunzionale a una società disfunzionale. Dove la Marvel costruiva saghe moralistiche, Plop! sfasciava tutto con un’insolenza tra l’ingenuo e l’abrasivo. Era la cultura del fallimento estetico che si faceva linguaggio grafico, anticipando quell’estetica cringe che oggi domina Internet: il gusto per il brutto, il corto circuito del kitsch, il culto del cattivo gusto portato all’estremo fino a diventare arte. Eppure, Plop! non era davvero underground. Non lo era nel senso più tradizionale dei comix e delle zine autoprodotte. Ma lo era nello spirito. Pubblicata da DC, sì, ma con lo spirito di una fanzine autoprodotta che sembra distribuita da una fumetteria fumosa gestita dai protagonisti scoppiati di Clercks.

In effetti, Plop! può essere letta come un tentativo postmoderno di portare l’estetica underground dentro i corridoi mainstream ed è proprio qui che il cortocircuito diventa perfetto: un prodotto dell’establishment che sputa sull’establishment stesso. E questa tensione è tutta visiva, il lettering urlato, le anatomie fuori scala, i colori violenti. Ogni tavola è un gesto anti-borghese, una provocazione pittorica che si rifiuta di essere elegante. La rivista è un manifesto proto-punk e non a caso troverà eco nella grafica fanzinara dei tardi Settanta e nella scena hardcore dei primi anni Ottanta, dove essere brutti era divenuto a tutti gli effetti un atto politico.

Ad uno sguardo più attento però, si può notare come al centro dell’universo Plop! Ci sia il concetto stesso di “rottura narrativa”. Il titolo stesso è un onomatopea senza senso, come lo era stato Dada, come lo sono certe masturbazione cerebrali.

Plop! è il suono di qualcosa che cade, che si rompe, che finisce, e direi che non importa aggiungere molto altro… Una fine però buffa, ridicola, fragorosamente umana. In questo senso, la rivista è un trattato di cultura pop: ogni storia è un piccolo universo che si sgretola per colpa dell’avidità, della stupidità, dell’egoismo.

Non ci sono eroi, non ci sono redenzioni. Solo la constatazione che il mondo è un gigantesco plop! — e forse, accettarlo, è la forma più onesta di saggezza. In tempi come i nostri, dove tutto cerca ancora di sembrare “cool”, Plop! resta lì, come una ferita aperta, a ricordarci che il brutto ha una sua verità, e che nel ridicolo si cela spesso la vera epifania.

 

Plop n.14 1975

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 17 di Awand, autunno 2025.
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Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi (Pontedera, 1978) è docente di Storia della Stampa e dell’Editoria all’Accademia di belle Arti di Brera, alla LABA Libera Accademia di Belle Arti di Rimini e di Comunicazione visiva all’Istituto Modartech di Pontedera. Fondatore del Centro Studi EdF, progetto di ricerca sulle forme più marginali e sperimentali della comunicazione, ha curato per Lazy Dog insieme a Silvia Sfligiotti il secondo volume della collana di Antologia di cultura grafica dedicata alle Controculture. Il suo ultimo libro è “Fanzine culture” edito da Flaco Edizioni (2024).