Non sei connesso. La newsletter potrebbe includere alcune informazioni utente, quindi potrebbero non essere visualizzate correttamente.

Alessandro Piva e il suo cinema

Alessandro Piva e il suo cinema
 

Puoi leggere questo messaggio online cliccando qui

 

Awand. Tutte le arti in una rivista unica.

 

Ciao Visitatore

riprendiamo a presentare le interviste del nuovo numero, dopo Ivan Hurricane, Alex Majoli, Irene Facheris,Davide Enia, e Fausta Vetere è la volta di Alessandro Piva.

 

20 Awand

 

Alessandro Piva

CINEMA. «Mi sento un docu-ascoltatore: preferisco lasciar raccontare piuttosto che raccontare in prima persona. Il mio è un innesto continuo di sintesi poetica e personale sul racconto del reale.»

Con sguardo curioso e mordace ha raccontato la Puglia che nessun cineasta aveva mai osato filmare. Il suo cult LaCapaGira ha immortalato una Bari livida e underground, molto prima che il capoluogo pugliese si trasformasse in location da cartolina per le grandi produzioni televisive. Da oltre vent’anni il suo cinema attraversa l’Italia muovendosi sul confine sottile tra finzione e documentario, sempre alla ricerca di storie dense di umanità e di speranza.

Il tuo nome è legato in modo indissolubile a Bari, ma l’anagrafe rivela che sei nato a Salerno. In Puglia come ci sei arrivato?

Ho vissuto un’infanzia e un’adolescenza nomadi, singolari e profondamente formative. Essendo mio padre un funzionario pubblico con aspirazioni di carriera, ho cambiato città ad ogni ciclo scolastico: l’asilo a Salerno, dove sono nato, le elementari a Latina, le medie a Matera, il liceo a Bari e il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Curiosamente per i miei compagni di scuola sono stato di volta in volta il napoletano, il romano o lo spatriato. Quando sono arrivato a Bari ero sociologicamente neutralizzato. Questo mio apparire per certi versi apolide ha probabilmente alimentato una forte curiosità verso l’identità e i dialetti locali. In Puglia mi sono riscoperto un osservatore attento, forse proprio perché sgravato dai limiti culturali e dai pregiudizi tipici di chi in un posto ci nasce e vi affonda una lunga tradizione familiare. Ho guardato questo territorio con un sano equilibrio tra distanza e affetto, una lucidità dovuta al non avere sangue barese per diritto di nascita. Pugliese sì, però: un ramo della mia famiglia è di origini foggiane. Il legame con Bari nasce quindi tra i banchi del liceo, ma si fortifica nell’aver vissuto la città in un’epoca sospesa tra gli anni ‘80 e ‘90, quando questa terra era la vera frontiera d’Europa. I clandestini, il contrabbando e le rotte adriatiche della droga sono stati determinanti nel focalizzare l’interesse nazionale verso la nostra regione. Una frontiera che potremmo definire verticale, antecedente a quella odierna di Lampedusa e della Sicilia che invece è orizzontale. Quell’emergenza storica ha spinto autori come me a raccontare la Puglia con il desiderio di ribaltare l’invisibilità e lo stereotipo in cui fino ad allora era stata costretta: per sintetizzarla in una frase, volevamo chiarire che non eravamo di Béri, ma d’Bar.

Come è cambiato nel corso degli anni il tuo rapporto con la città e come l’hai vista cambiare?

Dipende dalle angolazioni. Nel cinema, d’altronde, è sempre una questione di punto macchina. Se guardiamo “ad altezza d’uomo”, l’ho vista nettamente migliorare. La qualità della vita a Bari è cambiata moltissimo, ed è anche per questo che sono tornato a viverci. All’età in cui la frequentavo io di notte, negli anni ‘80, eravamo abituati a inquadrare a decine di metri di distanza le persone che stavamo per incrociare o i tratti di strada da evitare. Oggi questo problema non esiste più. Si respira un senso di libertà e benessere che ti fa sentire orgoglioso di appartenere a una città che offre una tale percezione di sé. Dall’altro punto di vista, quello “rasoterra”, in effetti Bari ha perso autenticità e forza espressiva. Oggi i suoi storici chiaroscuri si sono sfumati, come se la città avesse indossato un occhiale che uniforma la visione, rendendo lo scenario meno affascinante. La gentrificazione ha in parte spento quel teatro metropolitano che si respirava un tempo: si sente meno dialetto per strada e soprattutto si avverte più sfumato quel sulfureo combinato di contraddizioni che rappresentava l’essenza della città fino alla fine degli anni ‘90.

(...)


Awand 20

 

L'intervista integrale è, ovviamente, sul numero 20.

 



20 Awand

 

Ricorda che in questi giorni, in occasione del quinto compleanno, è attiva la nostra offerta più vantaggiosa di sempre, bastano 25 € per un anno di abbonamento. Occasione perfetta per cominciare o per prolungare il tuo abbonamento alla nostra rivista. Non perdere tempo, l'offerta è limitata.

 


 

Ci vediamo il 10 luglio a Monza e il 21 luglio a Altamura

Due occasioni per brindare ai 5 anni di Awand e per presentare il nuovo numero.

Il 10 luglio 2026 dalle 19 saremo ospiti di Elsa Libreria Creativa, in via Rota 11 a Monza.
Per prenotare scrivere a: elsa.libreriacreativa@gmail.com

Il 21 luglio dalle 18.30 saremo ospiti dell'Agorateca di Altamura, in via Stefano Lorusso 1. Ingresso libero.

Tutte e tutti invitati!

 



 

Ricorda che abbonarsi e acquistare le copie della rivista è il modo più concreto, semplice ed efficace per sostenerci.

È tutto, grazie per aver letto fino qui.

 

 


Aiutaci a far conoscere la rivista ai tuoi contatti,
inoltra questa email ai loro indirizzi.

I nostri punti vendita | Abbonati | Cos'è Awand? 

Editore di Awand è Squilibri.
La rivista è pubblicata con il sostegno di:
Fondazione Rossi, Decor e Novaluna.

 

 
     
 

Se non vuoi più ricevere la nostra newsletter clicca qui