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Va in scena Davide Enia

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Ciao Visitatore

le copie del nuovo numero sono partite verso abbonati e librerie, Poste Italiane permettendo è questione di pochi giorni e potrete finalmente sfogliarlo.

Dopo Ivan Hurricane, Alex Majoli e Irene Facheris, oggi anticipiamo l'intervista a Davide Enia, doppio premio Ubu 2025 come miglior interprete e per il nuovo testo italiano, con cui sta girando, Autoritratto.

 

20 Awand

 

Davide Enia

TEATRO. «Oggi viviamo il periodo dell’horror vacui, se fossimo concentrati nel silenzio probabilmente la stragrande maggioranza delle persone avvertirebbe urla di infelicità provenire dal proprio animo e percepirebbe l’ingiustizia sociale». Scrittore e uomo di teatro, ci ha parlato del sacro, di turbo capitalismo e tecnofascismo, delle sue città, della scrittura, di calcio e di Andrea Pazienza.

Nato a Palermo nel 1974, Davide Enia dalla fine degli anni Novanta è scrittore e uomo di teatro. Scrive, dirige e recita raccogliendo consensi e premi, ultimo il doppio Ubu 2025 come miglior interprete e per il nuovo testo italiano, con cui sta girando, Autoritratto, racconto di una infanzia e adolescenza trascorse in una città in cui vedere morti ammazzati per strada era normale. Come si abusa dire, un fiume di parole, che parte da un non ricordo: «dov’ero io il 23 maggio 1992 quando hanno ammazzato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro?». Una rimozione causata dall’incapacità di gestire un accadimento così enorme in soccorso della quale arrivano i ricordi di tutti gli altri. Enia ripete spesso che ogni opera è collettiva.

Si direbbe che tu abbia una grande fiducia nella parola, anche in un momento storico come questo in cui la parola è spesso vuota se non menzogna.

Io ho fiducia negli strumenti che aiutano l’individuo a nominare le cose, a nominare quello che ferisce, che fa male, quello che si desidera. La parola in quanto tale è un’entità che ha una sua neutralità, dipende proprio dall’uso che se ne fa, come la pietra: puoi utilizzarla per scagliarla in fronte a una persona o per costruire un ponte, un muro, un altare, una casa, un teatro. Non ho nessuno slancio fideistico nei confronti di nulla. Ritengo però che nominare le cose sia una operazione di centratura, innanzitutto con sé stessi e poi di equilibrio e di restituzione onesta degli accadimenti.

Un’altra vittima di questi tempi, insieme alla verità, è il futuro.

Possiamo parlare di vittima se abbiamo qualcuno che è stato ammazzato da poco ma il futuro è stato ammazzato ormai da trenta e passa anni. Viviamo nel tempo del turbo capitalismo e del tecnofascismo, una combinazione terribile, che ci ha deprivato di qualunque idea di futuro, soprattutto per le nuove generazioni. Abbiamo un sistema mondo che ha nei ruoli apicali tendenzialmente maschi, vecchi. Abbiamo un intero blocco del mondo che sta lavorando per mantenere il proprio privilegio sulla pelle di chi quel privilegio non ce l’ha. Sappiamo già che tra poche decine di anni scomparirà l’acqua in alcune zone del mondo. Stiamo attraversando con senso di strafottenza un cambiamento climatico che sta portando danni giganteschi, ma non soltanto in termini di alluvioni, intendo proprio gli spostamenti di massa di persone e la perdita del territorio. Il futuro sono almeno trenta anni che non esiste più se non come radicalizzazione di lotta tra i poveri e i ricchi. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri.

Perché parli di trenta anni?

Perché a dare questa accelerata ci sono state le ultime rivoluzioni tecniche. Quello lì è stato il momento in cui il mondo, da entità comunque vasta, è diventato piccolissimo, è diventato percorribile in un senso e nell’altro. I diritti hanno iniziato a essere sottratti in maniera capillare, uno per volta, e viene rimesso in discussione lo stesso suffragio universale. Stiamo assistendo a una demolizione sistematica di conquiste di civiltà e di pensiero per il mantenimento di un privilegio nel nome di logiche identitarie completamente passate, e dal mio punto di vista anche deprecabili.

Un privilegio che nasce dallo sfruttamento di altri paesi, di altri popoli.

Non nasce, è conseguenza dello sfruttamento. Nasce da una impostazione linguistica che ti porta a crederti di essere sto cazzo. Con il colore della pelle come elemento di riconoscibilità o di giustificazione di quello che poi diventa un razzismo latente, ma molto presente negli schemi mentali che adottiamo, soprattutto nello sguardo neocoloniale con cui noi immaginiamo debba essere il mondo. A monte abbiamo un pregiudizio: vogliamo che il mondo, così come lo immaginiamo, collimi con l’immagine che noi abbiamo di esso. Siamo sempre più nel periodo dell’imposizione della forza e dell’assenza del dialogo.

(...)


Awand 20

 

L'intervista integrale e il portfolio sono, ovviamente, sul numero 20.

 



20 Awand

 

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Ci vediamo il 10 luglio a Monza e il 21 luglio a Altamura

Due occasioni per brindare ai 5 anni di Awand e per presentare il nuovo numero.

Il 10 luglio 2026 dalle 19 saremo ospiti di Elsa Libreria Creativa, in via Rota 11 a Monza.
Per prenotare scrivere a: elsa.libreriacreativa@gmail.com

Il 21 luglio dalle 18.30 saremo ospiti dell'Agorateca di Altamura, in via Stefano Lorusso 1. Ingresso libero.

Tutte e tutti invitati!

 



 

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