Awand. Rivista analogica di arti e creatività

«Soprattutto ora che siamo sommersi dalle immagini, la finalità ultima di un progetto fotografico è il libro, è un po’ come un film. Una volta che il libro è montato, esiste ed è tangilbile, con un’apertura e una chiusura, con la sequenza delle immagini, con la sua narrazione.»

È una voce che non straborda e sa essere tagliente, minimalista nella sua precisione affilata. La poesia di Andrea Inglese ha quella caratteristica che risiede nella capacità di trattenere: il potere dell’inciampo, quello che ci fa fermare quando gli occhi si stanno muovendo sulla pagina e tocca il corpo oltre che la mente. Si tratta di una resistenza potente: non possiamo procedere perché in noi si è acceso qualcosa.

Nel leggere i suoi versi si è su una barca in mezzo al mare, si può essere colti da una sensazione di bilico, quello spaesamento dell’esistenza che si pone domande di senso. Torna alla mente l’idea di poesia che Borio sottolinea in alcune interviste sui social: la poesia, quando è autentica, è una forma di conoscenza e sviluppa un pensiero emotivo che parla al lato cognitivo ma anche al nostro lato emotivo.

«La fotografia di scena non esiste così come non esiste un solo modo di intendere il teatro. Il teatro è spesso definito con il qui e ora. La fotografia ferma il qui e ora trasformandolo in un ovunque e per sempre. In questa contraddizione sta il senso della ricerca fotografica dello spettacolo dal vivo.»

 La poesia di Maria Grazia è una poesia che tocca la storia, l’attraversa, non ha paura di essere politica se come politica si intende una poesia che dice chi siamo e dove siamo adesso.

«Mi interessano le persone, mi interessa soprattutto l’adolescenza perché è il momento della vita in cui ci formiamo, per quello che siamo e diventeremo ed è il momento in cui succedono tutte le prime volte. Sì, mi interessano le persone, non sai mai cos’è successo a chi hai davanti. A volte vengono fuori storie incredibili ed è molto bello quando riesci a trovare empatia.»

«Sono innamorato di quello che fotografo. La lentezza e il blues meridionale. Ad ogni modo l’indolenza che io racconto non è il disimpegno sociale e politico. È la malinconia, perchè non posso negare che le mie foto siano malinconiche.»

La poesia di Chandra Candiani è questo incontro tra noi e l’altro, con l’altro da noi e con l’altro che è in noi. Leggendo la sua poesia siamo qui e ora e però anche altrove, in uno spazio dove siamo totalmente disarmati da quanto è limpida la voce.

Vanni Scheiwiller l’ha definito “il panettiere degli editori perché è l’unico che stampa in giornata”. Qualcuno lo conosce come il Pulcinoelefante dal nome della sua casa editrice, fondata ad Osnago nel 1985. È editore, illustratore, aforista, liutaio, violinista e anche un po’ alchimista. Eppure di sé lui ama dire semplicemente: “Sono uno che ama giocare al gioco della vita”.

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