Awand. Rivista analogica di arti e creatività

FUMETTO. Abbiamo incontrato il maestro argentino per ripercorrere insieme una vita di fumetti e disegni. Oggi, dopo il bianco e nero di mille storie fra la perduta gente, è tempo di colori e paesaggi interiori: «Vorrei che queste pitturette fossero un luogo dove poter far riposare l’anima».

José Muñoz 

José Muñoz nel suo studio, con le bozze di Awand (foto di Antonio Cornacchia)

 

José Muñoz è un signore argentino di ottanta anni che da molto tempo vive in Italia. C’è una foto che testimonia la sua presenza a Milano già nel 1975: lo si vede insieme a Carlos Sampayo, capelli molto lunghi, baffoni, occhiali e camicia col collo alla coreana, poggiato al corrimano del ponte metallico di via Tortona, quello ormai chiuso da tempo lasciando nella disperazione buona parte dei filmmaker milanesi. In quell’epoca era clandestino e lo sarebbe stato per molto. Nessuno per le autorità, astro nascente per il cielo della letteratura disegnata. Quel capellone infatti, insieme al barbuto compare sceneggiatore, in quei mesi pubblicava su Alterlinus le prime storie del loro personaggio più noto, l’Alack Sinner che tornerà e ritornerà nei decenni sulle pagine di altre riviste, invecchiando come i suoi autori, differenza più evidente — ma non unica — con i personaggi del fumetto seriale. In questi ultimi anni è Oblomov, la casa editrice diretta da Igort, a pubblicare, finalmente, la raccolta completa di tutte le storie di Sinner e di tutte le altre disegnate dal mancino argentino. In quei libroni curatissimi e preziosi trovano spazio anche interviste ben più lunghe di questa a corredo di racconti in cui lo sguardo sui saliscendi della vita della perduta gente non fa sconti. È letteratura disegnata molto diretta, cruda e allo stesso tempo ironica e lirica, proprio come il segno del maestro, quel bianco e nero netto come il taglio di una lama affilata, figlio degli insegnamenti di Alberto Breccia, Francisco Solano López e Hugo Pratt, fra gli altri. Eredità culturale che fa di Muñoz un prodotto derivato, come ama dire prendendo per il culo il gergo economicista e i deliri di purezza nazionalisti. Derivato, assai grato, dalle tante culture di cui si è nutrito nel tempo, a cominciare dall’immaginario creato da quella pattuglia di disegnatori straordinari concentrati nell’Argentina degli anni Cinquanta, passando dal cinema, soprattutto quello italiano «Ci avete regalato cose meravigliose!». Nei giorni dell’intervista, a Bologna si era appena conclusa una piccola rassegna di titoli scelti da Muñoz che dicono molto di questo suo essere derivato: Il posto delle fragole (Smultronstället, Ingmar Bergman, 1957), I compagni (Mario Monicelli, 1963), Lo sceicco bianco (Federico Fellini, 1952) e Scala al paradiso (A Matter of Life and Death, Michael Powell e Emeric Pressburger, 1944).

Nella produzione del maestro, da alcuni anni il fumetto ha lasciato spazio soprattutto ad acquarelli in cui la perduta gente appare raramente, gli viene preferita la commozione per i paesaggi interiori, il fresco, quieto respiro dopo i decenni di affanni, scontri e oscurità. Da poco è stato pubblicato da Sigaretten Edizioni il volume 24, Dibujos animados che ne raccoglie parte: «Ero stanco di denunciare il male del mondo e atterrito dalla sua grandeur, quando è riapparso nella mia memoria l’intatto fulgore della meraviglia emotiva sperimentata davanti a un dibujo di Vincent Van Gogh». Un passaggio che lo avvicina al sentiero da tempo battuto dal suo vecchio amico Lorenzo Mattotti. Il colore insomma ha preso il posto del bianco abbacinante e della oscurità catramosa, gli alberi hanno sostituito Carlos Gardel (2009) e Billie Holiday (1991), le due facce della stessa moneta a cui Muñoz y Sampayo hanno regalato altri straordinari capitoli della loro narrazione. Se a proposito del sogno, dell’aspirazione per un mondo migliore che ha animato per tanti anni quelle centinaia di tavole tinte di virulento bianco e nero, Muñoz ha di recente affermato che «Le nostre luci interne si sono affievolite», il suo oggi è uno sfolgorante mondo colorato. È l’ennesima contraddizione delle nostre esistenze: «Siamo personaggi disegnati benissimo, ma con una sceneggiatura non all’altezza».

Maestro, come va?

Beh, guarda, tollerando. Come gran parte dei veterani in questa ultima epoca della vita, da giovani intolleranti abbiamo fatto il percorso verso vecchi tolleranti. Tolleranti nei confronti dell’intollerabile, come la morte.

A proposito del prodotto del suo lavoro lei ha usato la definizione merce spirituale.

Andiamo sui sentieri percorsi dagli antenati dei nostri mestieri che hanno tentato di togliere un po’ di solennità alla definizione di sé stessi e allo stesso tempo di veicolare affetto e emozione, ridendo e scherzando sulle nostre azioni e anche prendendo in giro tutti i linguaggi settoriali, il gergo economicista, il gergo bancario, il gergo pubblicitario, il gergo della grandeur, dei mestieri, delle nazioni; per prendere in giro un po’ tutti, compresi noi stessi. Allora merce spirituale per sorridere e per dire la verità.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 8 di Awand, estate 2023.
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Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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